Di morti e di cacce al tesoro

Quando vivevo a Firenze, avevo una certa difficoltà a condividere con gli oriundi la nostra tradizione della “festa dei morti”. I miei colleghi erano scandalizzati, la trovavano una cosa macabra e assolutamente inadatta ai bambini e davano per scontato che generasse degli adulti traumatizzati che non si sarebbero ripresi mai più.
Ora, io non so se fossero arrivati a questa conclusione basandosi solo sulla mia conoscenza, e penso che alla fine abbiano capito che le mie stranezze non dipendessero da alcun trauma infantile, ma di base, dopo il primo tentativo di condividere con loro questa storia, decisi di fare come mi aveva insegnato il loro poeta: guardai e passai.
Col tempo ho capito che la verità è che chi non è cresciuto in Sicilia, davvero non può capire. Perché i morti della famiglia non sono visti come spettri, bensì come angeli e, come tali, sono delle presenze che ci stanno sempre accanto e ci proteggono e che, una notte l’anno, si “travestono” da Babbo Natale per fare sentire la loro vicinanza nonostante l’assenza fisica.

Nei miei ricordi di bambina, c’è la sera del primo novembre, ci siamo io e mio fratello che cenavamo sempre rigorosamente in cucina, e i miei che ci chiedevano cosa ci sarebbe piaciuto ricevere in dono la mattina seguente dal nonno paterno (l’unico morto a noi vicino). Noi ci sbizzarrivamo, indecisi tra mille giochi, anche se sapevamo di poterne scegliere solo uno: il nonno era anziano e non si poteva certo caricare di doni! Quindi vagliavamo i tre più “impellenti” e optavamo per quello “indispensabile”. Una volta a letto, eccitati come non mai, nella preghierina per il nonno, gli chiedevamo il gioco scelto.
La mattina del 2 novembre, che era festivo, ci svegliavamo praticamente all’alba e aspettavamo frementi che si alzassero pure i nostri genitori; poi, ancora in pigiamino di spugna (ricordate quelli che, se strofinavi le gambe tra loro, facevano le scintille? Come la nostra generazione sia sopravvissuta all’autocombustione per me resta un mistero che neanche Voyager…), iniziavamo la ricerca dei regali in quella che era a tutti gli effetti una vera e propria caccia al tesoro, perché il nonno era pure burlone e gli piaceva nascondere i regali. Venivamo opportunamente seguiti da mamma e papà che ci instradavano con consigli del tipo “Secondo me qui non c’è nulla” oppure “Ma in salotto siete già entrati?” e quasi sempre trovavamo il bottino dietro qualche tenda… La spostavamo e rimanevamo incantati: trovavamo i nostri cestini con le pupaccene (il classico pupo di zucchero: fatina o damina io, cavaliere o paladino mio fratello), un po’ di fruttini di martorana (che regolarmente non mangiavamo ma che ci colpivano per la bellezza), le ossa di morto (biscottini duri come le corna ma buonissimi) e il regalo anelato. E il nonno non ha mai sbagliato!
Ricordo anche che la mia pupaccena rischiava di fare i vermi perché era troppo bella perché io accettassi di farla a pezzi per mangiarla. E dire che, nonostante io non abbia mai amato le cose dolci, era una cosa che mi piaceva. Se chiudo gli occhi sento in bocca ancora quel sapore dolce e “freddo”…

E quindi, amici “continentali”, io lo capisco, non è colpa vostra. Vi è mancata nell’infanzia una festa gioiosa, rassicurante e piena d’amore, il modo più bello per ricordare qualcuno che si è amato. Oggi c’è Halloween, una tradizione altrui che ha conquistato grandi e piccini. Non mi piace ma mi sta bene: chi ha detto che le due cose non possano convivere, specie se in due giorni diversi? Ma cerchiamo di non dimenticare la nostra cultura. Facciamo in modo che i bambini di allora che ne hanno goduto e che oggi sono mamme e papà condividano quella gioia e quell’emozione.

P.S. Questa cosa che io esprimevo il desiderio la notte prima e il nonno regolarmente me lo esaudiva ha fatto sì che io continuassi a credere in lui anche dopo aver scoperto che Babbo Natale era inesistente. Bambina bionda ma scaltra, mi rendevo conto che ci dovesse essere un trucchetto da qualche parte ma proprio non mi riusciva di sgamarlo. Anni dopo, chiesi a mia madre come facessero ad azzeccare sempre il regalo con così poco preavviso e mamma mi svelò, ridendo, che non ci rendevamo conto di quanto ne parlassimo per mesi e che, se anche a cena avessimo espresso un altro desiderio, loro avrebbero saputo come riportarci su quello “giusto” rammentandocelo o rendendolo più invogliante. Trucchetti genitoriali.

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