Beh, scusate se oggi non parlerò di Creta e di cucina. E in realtà non sono convinta di voler effettivamente parlare di “altro”, non solo qui, ma in generale. Chi mi conosce bene sa che sono molto gelosa dei miei sentimenti… Ma per coerenza, io non posso fare finta di nulla. Quindi scusate ancora se questa volta questo post sarà solo per me, per sfogarmi ed elaborare quello che non è facile accettare. Perché quando se ne va una persona speciale, qualcuno di cui la tua vita è intrisa, anche se questa persona era grande, anche se non faceva più parte del tuo quotidiano, la verità è che ti sembra un’ingiustizia e per di più perpetrata ai tuoi danni. Perché è a te che questa persona viene rubata, alla tua vita. E anche se cerchi di fartene capace, di rendere la cosa razionale, accettabile, è proprio questo che non riesci a fare: accettare.
E’ da ieri, da quando a mia mamma è scappata la notizia (povera, lei pensava che io sapessi o avessi capito da una serie di circostanze), che cerco di allontanare dalla mia mente i pensieri che prepotentemente cercano di farsi strada. E’ da ieri che mi dico “Non ora, sii professionale”, che, appena sale la lacrimuccia, la ricaccio giù in fondo in fondo. Ma non funziona così. Le emozioni hanno sempre il sopravvento e vanno vissute nell’istante stesso in cui si provano, altrimenti si incancreniscono.
E allora oggi, complice il mare scintillante e questa musica melanconica che sta passando alla radio, mi lascio andare ad immagini, a colori, perfino a sapori. Perché, coerente con quello che sono, non posso dimenticare, ad esempio, la prima volta che abbiamo fatto tutti insieme una paella in quella cucina tanto amata (quando ancora nemmeno sapevo cosa fosse una paella). O alla sua pasta alla carbonara così poco ortodossa e così fantastica, alle sue meravigliose cotolette. Sento perfino l’odore di quella cucina, del frigo. E ripenso ai nostri pranzi, tutta l’estate e praticamente tutte le domeniche invernali, una grande famiglia seduta allo stesso tavolo, in costume o con i maglioni di lana, solo noi o con amici vari, ma sempre a ridere, a scherzare. Probabilmente ci saranno anche stati, ed è anche possibile che la loro rimozione sia per rielaborazione della mia mente, ma io non ricordo una discussione, un litigio. Ricordo invece corse intorno al tavolo per sfuggire a scherzi, tavole imbandite lunghissime (come minimo eravamo sempre 8), urla di gioia e perfino fischi alla Peter di Heidi.
E ricordo i pomeriggi passati in giardino a chiacchierare, il primo sole (e “tira su le maniche così non ti resta il segno”), foto su foto, le giornate passate in barca e la preparazione della colazione al sacco da portare (per me sempre panino con speck e fontina “che poi, sotto il sole, la fontina si squaglia e il panino si ammorbidisce e viene meglio che quando lo piastri!”), l’ancora incagliata e il giovane di turno che doveva buttarsi a liberarla, gli abbracci, i regali sempre originali, i Capodanni e le altre feste, le gite domenicali in giro per la Sicilia, i viaggi in macchina e non, Firenze, Parigi, New York…
E ci sono i primi insegnamenti di tecnica del disegno copiando le modelle delle riviste, la mia tesi di laurea, la prima volta in un cantiere, i suoi schizzi riguardanti i nuovi progetti e la spiegazione dei loro particolari. Se una parte di me è quella che sono, è anche grazie a lui.
Sì, è vero, ci sono i ricordi e quelli non me li può togliere nessuno. Ma c’è anche la certezza che non lo vedrò più. E questo fa tanto male…
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