Ebbene sì, ho deciso di cimentarmi nella brioche. In realtà volevo fare le brioscine veneziane, complete di cupolina ma tant’è…Vi racconto.
Supportata dalla ricetta donatami dal mio pasticcere preferito (Federico che qui pubblicamente ringrazio), mi sentivo imbattibile. Unica accortezza: dimezzare le dosi (lui doveva aver pensato che mi volessi aprire una pasticceria…).
Così, dopo aver comprato tutti gli ingredienti ed essermi fatta vendere il lievito di birra dal panettiere (“Lo strutto? Le hanno detto di metterci lo strutto? Nonsi, signora, le conviene sostituirlo con l’olio di semi!” – “Ma è sicuro? Guardi che la ricetta dice strutto e io mi fido ciecamente…” – “Ah, ma lei mi deve ascoltare! Si fidi: le viene più leggero”… Ma io, Fede, non ti ho tradito!), sono arrivata a casa saltellando e urlando: “La brioche! La brioche! Oggi farò la mia prima brioche!”.
Così metto tutti gli ingredienti nelle loro ciotoline, come nei programmi televisivi di cucina, la farina a fontana, il lievito sciolto nel latte, lo STRUTTO, e via dicendo, ed inizio ad impastare. E mentre impasto mi viene in mente quando stavo ore in cucina con mia nonna, io piccola piccola, e lei che faceva le cose e via via me le andava spiegando. E impasta che ti impasto, mi sentivo tornata bambina con le mani immerse nella pasta che all’inizio è collosa e poi va prendendo la consistenza giusta. E mentre mi vado sporcando fino al naso (lo sapevate che le bricioline di impasto che si attaccano ai pelini delle braccia risultano più insopportabili della ceretta al momento di toglierle? E non vi illudete: non se ne vanno mica via con l’acqua calda e il sapone! No, state tranquilli che ve le ritroverete quando meno ve l’aspettate, magari al vernissage dove vi siete recati subito dopo, vestiti di tutto punto, trucco impeccabile e, appunto, briciolina di impasto indurito sopra l’orologio. E voi che, con la massima nonchalance, cercate di toglierla senza farvi notare, evitando di fare smorfie di dolore… E non è facile, eh!), dicevo, e mentre faccio tutto ciò, mi ritrovo a parlare con la nonna: “Hai visto nonna? Sono la tua degna nipote! Hai visto quanto sono brava? Hai visto che i tuoi insegnamenti sono serviti? E guarda come impasto: che mano, che classe!”. Mentre ho questo delirio di onnipotenza, immaginandomi novella Maria Antonietta che distribuisce le sue brioscine al popolo di Palermo, ecco che l’occhio mi cade sulla brocchetta dell’acqua. Ancora 10 cl… Uhm, e dire che l’impasto mi sembra buono… Vabbè, ma se c’è scritto che ci va, ci DEVE andare! E dopo aver finito di versare tutta l’acqua, Maria Antonietta si ritrova impantanata in una melma grigiastra. E allora, solo allora, le viene il tragico dubbio: ma l’acqua l’avevo dimezzata? Ebbene, miei cari, ovviamente no! Mi sarei uccisa, anzi: ghigliottinata da sola! Si può fare? Io ci sarei riuscita!
Così inizio a disperarmi. Provo a togliere l’acqua in eccesso, ma la maggior parte era già andata ad unirsi all’orgia di ingredienti. Continuo ad impastare come una forsennata, sperando che l’attrito faccia evaporare l’acqua, ma niente. In compenso è venuto l’impasto più liscio e pulito del mondo ma, quanto a consistenza, non ci siamo proprio…
Decido di vedere cosa ne verrà fuori e lo lascio a lievitare. E lui, diligentemente, sale, sale, sale… Dopo un paio di ore siamo al momento clou: la ricetta diceva di formare delle palline di circa 40 g e lasciarle lievitare un’altra ora prima di infornarle. Infilo le mani nell’ammasso colloso e mi rendo conto che non ne sarei uscita viva. Così decido di adottare il metodo per fare le quenelle: un cucchiaio aiuta l’altro. Ed effettivamente riesco a depositare i cumulini sulla teglia. Ma, orrore! Quegli stupidi, appena depositati, si adagiano spanciandosi in maniera quasi pornografica!
Ed è a questo punto che esce fuori la cuoca che è in me! Quella che non si lascia prendere dal panico e prende in mano la situazione: brioscine, volete boicottarmi? E io vi trasformo in una ciambella! Verso tutto il contenuto in una forma per ciambelle e lo lascio lì a riflettere per un’ora su che strada prendere.
Ma ormai la prova di forza era vinta e quando sono tornata da lei, gonfia di vergogna, sventolava bandiera bianca!
Morale della favola: dopo 20 minuti di forno, è uscita la brioche più remissiva ed educata del pianeta. Stava lì, tutta lucidina e composta, quasi stupita essa stessa del risultato, con la sua bocca atteggiata ad una magnifica “O” di meraviglia. E il gusto: excellent! (Da leggere rigorosamente in francese!)
Insomma, Ciccistè batte brioche 1 a 0 e palla al centro.
E la prossima volta, saranno brioscine!
